Eccomi qui, sono tornata; dopo anni di silenzio e meditazione mi ritrovo di nuovo ispirata su questo mio blog.
Avrei voluto tornare con un bellissimo pezzo sul mio fantastico viaggio alle Maldive e foto da togliere il fiato (sia chiaro, non per la mia bravura, ma per quella di Madre Natura) oppure con un inno alla primavera che avanza e che scalpita impaziente di ufficializzarsi: un po’ mainstream forse, ma perché no in fondo.

Non so ancora che titolo dare a questo articolo, ma ad essere onesta non so di che foto parlare e ho vaghe idee chiare e confuse.
Aah, che ossimoro, lo adoro.
Nelle mia estenuante ricerca delle foto perfette fonte di ispirazione e da me scattate, sono incappata in scatti vecchi come me: non troppo vecchi ma nemmeno troppo giovani.

Parlo di foto che ti sconquassano il cuore, che te lo stritolano e te lo addolciscono, un po’ di amaro e un po’ di felicità. Chi mi conosce sa che sono tutto fuorché una sentimentale eppure l’anno conclusosi un mese e mezzo fa ha messo a dura prova anche la Mercoledì che c’è in me, portandomi a vivere spesso di ricordi belli, bellissimi e pieni di amore, ricordi che hanno sapore di infanzia e di affetto, di dolcezza infinita a contrasto dell’amaro che la vita a volte ci lascia.

Guardare queste foto è un po’ come guardare la propria vita da una finestra . Essa scorre davanti a noi, ripercorre i momenti salienti passati con le persone che più amiamo. E’ come se, guardando fuori una strada trafficata, ogni macchina fosse una fotografia e ciò che accade dentro la macchina, il ricordo e i momenti prima e dopo lo scatto dell’immagine.

Ivrea, 2018

Quando una persona se ne va ci lascia un enorme buco nella nostra vita, quasi come se una parte del nostro corpo fosse andata via assieme a lei; la ricostruzione di quel buco è molto, molto lenta e richiede sacrifici enormi che nemmeno vorremmo sostenere a dire il vero.
La ricostruzione parte sempre dalle fondamenta, i ricordi, quelli belli.

Dopo esserci crogiolati per un pochino nell’abbandono di quella parte di noi così importante, si arriva a capire che si deve ripartire.
La mia vita da una finestra, la finestra dei ricordi materiali, gli oggetti e le foto.

La cesta usata da nonna per andare ad Andora, con dentro i generi di prima necessità – come se ad là non ci fossero i supermercati.. 🙂

Sono passata per anni davanti a oggetti della mia infanzia senza nemmeno soffermarmici, poi ad un tratto ti accorgi che quegli oggetti, semplici e banali, rimasti sempre lì, sono lo scoglio al quale aggrapparti.
Ti sbloccano dei ricordi così belli che fermi tutto ciò che hai intorno per dedicarti a loro; sfogli con frenesia gli album di foto e ti perdi nelle immagini presenti negli hard disk in cerca dei momenti più belli.

La vita dalla mia finestra sul viale trafficato.

E in quel viale trafficato, ogni macchina rappresentava una foto nelle quali c’erano estati al mare, gite fuori porta e posti visti per la prima volta, con lo stupore negli occhi; ma c’erano sguardi di gratitudine, di felicità e spensierati; c’erano le foto delle vacanze con i nipoti sulle miti spiagge liguri, la sabbia tra la dita dei piedi, la brezza tra i capelli, il sapore del sale sulle labbra, il sole in fronte e tanto amore.


Ho visto sguardi che voi non potete immaginare; mi sono resa conto che ci sono persone che si amano per una vita e forse più, si amano anche oltre la vita, oltre ogni limite immaginabile; continuano ad amarsi nei piccoli gesti, nel bicchiere a tavola prima utilizzato da uno e ora dall’altro, nel fiorellino posto di fianco ad una foto come per dire “Ehi, ti penso ancora e sempre!”.

“Zona rossa”, aprile 2020

Vedo quelle persone zoppe in cerca dell’appoggio durante una lenta camminata, zoppe senza più il bastone che le ha sorrette per tutta la vita ad ogni passo, in giovinezza e in età adulta, sempre insieme nonostante tutto, nonostante i litigi banali e non, i momenti difficili, fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo momento, fino all’ultimo abbraccio.

Una parte, forse quella finale relativa alla ricostruzione del nostro io, ci porta a superare l’ultimo ostacolo, quasi insormontabile ai più.
Quello in cui crediamo di non essere stati abbastanza.
Abbastanza presenti, abbastanza buoni, abbastanza educati nell’interazione con queste persone, abbastanza gentili, abbastanza per loro.
Ci si chiede se il tempo passato sia bastato a loro in primis e se, fino al momento del loro viaggio, hanno percepito tutto l’amore che si provava. Si tratta forse di un parziale bilancio della propria vita.

Anno non pervenuto, probabilmente 2015

Una volta ricostruito il pezzettino andato, non ci rimane che la consapevolezza che chiunque se ne sia andato, in realtà non è mai andato via.
Banalità, me ne rendo conto, ma ci si accorge che ciò che ci ha abbandonato e svuotato è stato colmato non da una sostanza o cosa tangibile, ma da un’essenza, un qualcosa privo di materialità, divino, che ti rimane per sempre dentro.
Non è facile da spiegare, ma mi sono resa conto che in qualsiasi cosa uno faccia, c’è sempre o spesso la persona che non è più qui.
La si percepisce ovunque e in qualunque cosa, perfino un pettirosso..

“Ho visto un pettirosso, venerdì.
Paffuto e spensierato nella sua libertà,
osservava il mondo intorno a sé.
E sono tornata indietro nel tempo.
Al tempo dell’innocenza infantile,
di occhi sagaci e degli abbracci caldi.
Al tempo delle storie e delle antiche tradizioni,
di castagne sulla stufa e aromi di budino alla vaniglia,
quando, indicando fuori dalla finestra,
mi raccontasti che il pettirosso porta la neve con sé.
Ed io, entusiasta per la neve imminente,
ti sorrisi.
Ma il pettirosso era ormai scomparso, volato via.
Volato via come il dolce ricordo.
Come quel tempo di innocenza e amore.
Come i tuoi occhi sagaci e cerulei.”

Per sempre.


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