
Questa volta non si tratta del solito filmetto horror/drammatico su Italia 1 o dell’ultimo libro di Stephen King; questa volta la fantasia, il surreale, l’impossibile, diventano realtà ahimè.
Ebbene sì, il Coronavirus (per gli amici conosciuto con il nomignolo Covid-19) si è abbattuto sull’umanità con estrema velocità e crudeltà: partito (forse) dalla Cina intorno (forse) all’inizio di gennaio, si è poi propagato in tutto il mondo, prima con lentezza e poi con una letalità degna dei libri di Robin Cook. Il primo focolaio europeo è stato (forse) in Italia, ma candidata all’Oscar delle epidemie ora c’è anche la Germania che sembra volersi appropriare del premio. La verità è che sappiamo poco o un cazzo di quello che ci sta succedendo intorno, anche i migliori virologi e ricercatori si arrabattano su ipotesi pressapoco buttate lì perché mai il genere umano del 21esimo secolo ha dovuto fronteggiare una tale epidemia.
Le regole ci impongono quindi di avere pochi contatti fisici, di non rimanere a lungo in luoghi chiusi e affollati e tante altre norme igenico-sanitarie. Non ci resta quindi che evitare centri commerciali, il passatempo preferito dall’uomo del terzo millennio, non andare cinema (ahimè), in discoteca e così via.
Devo ammetterlo: il contatto umano non è il mio forte, in momenti di stress la mia misantropia raggiunge livelli pro (e 6 giorni su 7 sono stressata), dunque non la vivo così male; non ci restano che film, serie Tv, tanti dolci, patatine, libri e lunghe passeggiate all’aria aperta, se in campagna meglio ancora.
Ed è proprio andato così il mio ultimo weekend, con una bella passeggiata in campagna. La mia campagna, quella di San Benigno Canavese, il mio amato territorio che mi ha vista crescere.
La campagna, quella vera, fatta di profumi di erba bagnata e di terra umida e concimata.
La campagna, quella fatta di colori, ora tardo invernali, che si affaccia alla primavera mostrando i primi boccioli sugli alberi da frutto e i fiorellini azzurrini a bordo ruscello, il timido verde dell’erba ancora un pò bruciacchiata dal gelido inverno, il cielo azzurro e limpido.
La campagna, composta da miriadi di suoni, il canto degli uccellini, le api che con innocenza si avvicinano ai primi fiori, gli asinelli che ragliano nei recinti dell’Asilait, azienda sambenignese produttrice di gelato al latte di asina, e poi ancora i trattori di fieri agricoltori che preparano la terra ai mesi via via più caldi.

Aaaaah che meraviglia questa natura, questa madre terra che ci dona la possibilità di respirare a pieni polmoni l’aria pulita e ci fa diventare un tutt’uno con lei. Che bello poter donare a noi stessi questi momenti di vita autentica e semplice. Che bello percorrere strade sterrate che conducono alla natura vera, che si perdono nei campi e che ti fanno tornare sui tuoi passi.
Ma davvero deve arrivare un’epidemia per accorgerci che esiste ancora tutto questo?
Sapete, questa situazione mi ricorda molto un bellissimo libro di Stephen King che ho avuto il piacere di acquistare e leggere l’estate appena passata: “The stand – L’ombra dell Scorpione”, 1000 e più pagine di suspense. Una storia di resilienza prima, durante e dopo un’epidemia letale (un virus influenzale modificato in laboratorio) che ha lasciato in vita lo 0,1% della popolazione mondiale; mi ricordo di aver letto il libro con turbamento e, seppur sia molto diverso il virus (thanks God) che stiamo affrontando oggi, il sentimento si fa sentire ugualmente. Non è mai bello vedere centinaia e centinaia di persone perire senza un freno, senza una possibilità per aiutarli. Non è bello vivere così nel terrore, nell’ansia, limitati. Eppure, questo sarà ciò che farà passare la nostra epoca sui libri di storia: il Novecento ha avuto le guerre mondiali, l’Ottocento le guerre di Indipendenza e Napoleone, e così via.
Dobbiamo accettare la vita così come viene, nella speranza che tutto vada sempre bene o che i problemi ci tocchino con leggerezza.
Ma sapete, questo periodo dovrebbe farci ritrovare un pò noi stessi, dovrebbe farci riscoprire il fondamentale rapporto con la natura, la profondità del legame che abbiamo con essa, le nostre origini. Chi siamo e da dove veniamo. La genuinità che ci apparteneva prima di diventare galoppanti esseri in continua rotta verso la schiavitù tecnologica del terzo millennio, smaniosi del potere supremo su tutti e tutto.
Un grazie a chi questa natura tutt’oggi la ama, la benedice, la cura, la lavora e crede fermamente nell’autenticità dei valori di questa.
In tempi come questi, un grazie è dovuto anche ai meravigliosi medici, ricercatori, infermieri ed Oss che allo sfinimento e con orari non umani in questi momenti danno la vita per curare le persone affette dal Covid-19. Siete la spina dorsale della società. IMMENSAMENTE GRAZIE!
