
Dicono che quando si nasce metà del DNA si prende dal papà e metà dalla mamma: grazie a ciò, in un’indefinita lotta primordiale cellulare gli occhi castani prevalgono sugli occhi azzurri o viceversa, il biondo sul nero, il rosso sul castano, saremo alti come il nostro trisavolo o saremo bassi come la nonna paterna ecc. In tutto ciò, però, esiste a parer mio un filo sottilissimo che ci lega a sogni e pensieri che si tramando di generazione in generazione nel tempo, piccolissimi fili di particelle che compongono la persona che saremo destinati ad essere.
Mio nonno Natale, padre di mio padre, nacque nel 1924 e vide con i suoi occhi la guerra che strappò l’Italia in mille pezzi, vide la povertà e la fame; in questi casi, la voglia di ricominciare è molto più forte di altri sentimenti ma, sapete, ci sono cose che vanno oltre le situazioni o le necessità. Si chiamano sogni. Il sogno di mio nonno era quello di partire e non per un posto qualunque: gli USA. Uomo di spiccata intuizione, iniziò a studiare inglese per poter affrontare nel migliore dei modi l’avventura imminente per raggiungere lo zio partito anni prima, sennonché incontrò mia nonna Maria e decise di non partire più. Ma il sogno rimase sempre lì, chiaro e limpido per tutta la vita. Mai realizzato. Aaaaaah, l’amore, cosa non si fa.
Secondo la mia teoria degna di Darwin & co., il sogno è stato trasferito di generazione in generazione. A me.
Fin da piccola ho amato il viaggio, stare in macchina a fare giri su giri era il mio passatempo preferito al posto della tv per le mie serate; tutti i tour turistici del Canavese avevano come tappa intermedia l’aeroporto di Caselle; così affascinata dagli aerei in arrivo e in partenza, sognavo un giorno di poterne prendere uno e molti altri ancora per conoscere, incontrare, assaporare il mondo. E New York City era in cima a tutto, il sogno dei sogni. Volare fin lì, scoprire tutti i segreti e, perché no, rimanere.
Un giorno, per caso, scoprii che c’era l’opportunità di unire l’utile al dilettevole, ovvero di partecipare alla simulazione delle Nazioni Unite, a New York. Per caso provai le selezioni (i miei azzardarono un sicuro: “Tanto non passi”) e io, per culo, passai le selezioni. Per amore di un sogno spinsi con ogni mezzo possibile i miei a dir di sì, dal baratto all’opzione di schiavitù per tutta la vita. Per grazia ricevuta partii.
Be, che dire, fu bellissimo. Era il 25 marzo 2013 quando atterrai. Un tempo di merda, ma la cosa mi toccò relativamente poco.
Pensai a nonno all’atterraggio.
New York City è come tutti pensano ma ognuno ha il suo modo di vederla e viverla. E’ una grande città che non si spegne mai, sempre caotica ma con angoli di pace, giardini con tavolini in ferro bianco e Wi-Fi gratuito, piena di macchine che corrono ma con spazi aperti per lo sport, come i campi da basket urbani recintati, contemporanea con grattacieli a specchio ma con vecchi edifici risalenti ai ruggenti anni ’20 con tante storie da raccontare. E’ multiculturale, è un quartiere cinese a fianco a quello italiano, un tempio buddista nel mezzo di un grande incrocio, è tante chiese cristiane divise per comunità professanti. E’ tutta cemento armato e vetri ma con un parco enorme che, talvolta, fa dimenticare di essere in circondato da palazzi, in una città con 8 milioni di abitanti.

Per me è stato vivere la mia vita pienamente. Se mi chiedete cosa ho fatto a New York, potrei tediarvi con un monologo di 72 ore senza stop per raccontarvi ogni dettaglio e ogni mio passo. Il Moma, il Top of the Rock, Central Park, l’Upper East Side, il Greenwich Village, Wall Street, Union Square, Washington Square e il suo grande arco e i tavolini del parco con le scacchiere incorporate, il Brooklyn Bridge, la Statua della Libertà, il 9/11 Visitors Center e lui, sua maestà l’Empire State Building. Lui è l’occhio di New York che vigila su di te, lo puoi scorgere ovunque, al fondo della avenue o tra i palazzi dall’High Line, lo vedrai sempre e sarà sempre il tuo punto di riferimento; ti farà dire per tutta la permanenza “Guarda, è solamente lì, un attimo e siamo arrivati”, e tu continuerai a camminare per ore e lui sarà sempre là, a prenderti per il culo e farti credere che arriverai in un battibaleno. E alla fine, alzerai la manina a bordo strada e prenderai un yellow cab. Defeated da un grattacielo, signori. Come Don Chisciotte con i mulini.
Vi sorprenderanno i locali, sempre pronti ad aiutare il povero turista impacciato con la mappa cittadina in mano e a parlare un italiano molto improvvisato. Vi capiterà il classico “Italiano? Pizza-spaghetti-pepppppperoni-mafia”, un must, un pò come noi italiani che vediamo un turista tedesco ed esclamiamo “Kartoffeln”. Ad ognuno il suo, chi ha le patate e chi ha gli spaghetti e la mafia.
Vi sorprenderà la zona di Chelsea, palazzine basse in mattoni e file di alberi, lontane dalle avenue caotiche e dove la famosa Carrie Bradshaw vive scrivendo articoli e libri (nel mondo-che-vorrei di Sex and the City), forse la mia zona preferita perché tranquilla ma accattivante, ad un passo dal tutto che offre la Midtown e dai locali in di SoHo.
Potrei scrivere per giorni e forse settimane, presa dall’entusiasmo che ancora oggi mi anima . Sono ricordi vividi e bellissimi; chiudendo gli occhi mi sembra ancora di sentire il rumore delle sirene del NYPD, i clacson e il fiume di gente parlare e, vi giuro, mi rilassa. Non potrò mai rendere l’idea, perché New York la vivi dentro, è un’esperienza di vita.

Se mi avessero chiesto di rimanere, avrei detto senza pensarci sì. Un appartamento in Brooklyn, un lavoro in centro, le serate in SoHo, colazione da Starbucks con un vanilla latte ustionante, il giornale gratuito in metro, il supermarket aperto h24 sotto casa, cupcakes in ogni bakery della città. Una vita perfetta forse, chi lo sa. O forse no. Ma cosa importa, i sogni sono sogni, e talvolta sono proprio belli ed immacolati perché rimasti tali.
Il ricordo più bello però è uno solo.
Un traghetto turistico ed io di fronte alla Statua della Libertà e a fianco Ellis Island, dove milioni di emigrati sono arrivati nei tempi addietro con la speranza di una vita migliore e la promessa della statua che si trovavano davanti ad accoglierli, la libertà. E il pensiero a lui. “I did it, nonno! Sono qui dove avresti voluto arrivare e mai sei arrivato; a te. La tua Giuls”.

