
Partiamo da un insignificante presupposto: ho sempre odiato la montagna.
Non lo dico tanto per dire, sono parole autentiche e che ho ribadito più e più volte nel corso della mia vita.
Provengo da una famiglia “montanara”: nonno Natale, papà di papà, nacque nella notte della Vigilia di Natale del 1924 in una località montana, più precisamente Locana, un paesino della Valle Orco conosciuta per l’ubicazione alle porte del Parco Nazionale del Gran Paradiso; il mio cognome, infatti, trova molti “fratelli” lassù, tanto che gli abitanti mi scambiano per una loro concittadina.
I miei genitori hanno sempre avuto la passione per la montagna, tanto da portarli a fare lunghe camminate conosciute con i percorsi del GTA che duravano anche giorni. Degno di nota è mio padrino, assiduo frequentatore e conoscitore delle cime rocciose del Piemonte, ispirato dal grande Don Luciano, salesiano che soggiornò per molti anni nell’istituto di San Benigno Canavese e che gli trasmise in ogni modo l’amore per la montagna; cercando sempre di essere più vicino al cielo, Pauo (mio padrino, appunto) ha trasformato quest’amore in vera e propria passione, non limitandosi mai ai percorsi turistici e banali. Da piccola, di ritorno dalle scuole elementari, soleva insegnarmi i nomi di tutte le punte che da San Benigno si vedevano spiccare imponenti sulla pianura. E vi giuro, le imparai tutte (e ancora le ricordo).
Eppure qualcosa andò storto nella mia gioventù. Niente, questa montagna proprio non riuscì ad entrarmi nelle vene, la pecora nera della famiglia piemontese che invece preferiva le spiagge liguri dapprima e poi di tutto il mondo con la crescita. Un borbottio unico quando mi trascinavano in montagna, dal primo passo fino all’ultimo, che terminava (in andata quanto meno) in un bel rifugio dove servivano del buon cibo; il che aiutava il mio buon umore a tornare in voga. Durava poco, fino al primo passo del ritorno. Ogni camminata era un “nonciverròmaipiùacamminare%=??!!^^&$°*§£ioodiolamontagna$%£&” (ho volutamente tralasciato parole ahimè brutte sostituendole con simboli carini).
Così ho smesso. Ho detto basta. Tutta sta fatica per camminare sotto il sole quando il mare dava tutto il ristoro e lo svago di cui uno avevo bisogno. La mia Andora, con la quale vi ho già tediato abbastanza, le spiagge francesi sull’Oceano Atlantico, le spiagge dello sbarco in Normandia e così via.
Montagna stop. Solo in inverno perché sì, io so sciare da quando ho 10 anni. Solo sci, niente snowboard o slittino o ciaspole. Rigorosamente con tute in tinta e completi belli bellissimi. Amavo e amo tutt’ora la libertà che dona una sciata d’inverno, la sensazione di volare, il rumore della lamine sulla neve ancora battuta e ghiacciata, i paesaggi imbiancati che donano l’infinito anche agli orizzonti più limitati.
Ricapitolando: montagna d’inverno, mare d’estate. Per farla breve. Perché in realtà avrei altre mete sempreverdi da aggiungere, come città d’arte, borghi medievali, big cities ecc., ma non vorrei andare fuori tema!
Poi ho assistito ad un cambiamento in me. Uno scossone, una scoperta sorprendente figlia della mia grande passione, la fotografia. Ho capito che per fare belle foto si deve anche sudare, guadagnarsi quel bel paesaggio con fatica e dedizione, perché le foto più sorprendenti vengono scattate nei posti in cui non tutti possono arrivare. Ed è arrivato lui, Giorgio. L’inatteso dopo un periodo di alti e bassi e vita scombinata. Lui, abile cacciatore e con l’amore smisurato per la montagna. Lui, originario dello stesso paese dal quale proveniva nonno Natale. Lui, rude e diretto, trascinatore per natura, mi ha aperto un mondo che avevo chiuso, sepolto, odiato, tanto che ho perfino fatto “scolpire” su di un osso di squalo che porto sempre al mio polso, le coordinate geografiche della casa in montagna in cui spesso andiamo.
Così ho iniziato, con molta fatica, a seguirlo in montagna. Più camminavo, più mi rendevo conto dei colori, della vita, dei paesaggi che potevo immortalare con la mia fedele Olympus. Non è stato semplice, non lo è tutt’ora con le mie insicurezze e paure nei punti più difficili (o che io definisco difficili, in realtà non lo sono – ma pazienza). Imparo dal mio maestro che, a volte con calma e altre no, mi porta in luoghi incontaminati.
La foto scattata sopra e protagonista di questo racconto la considero come una mia prima vittoria; esatto, una vittoria, un primo obiettivo di tanti, uno scalino che compone una lunga rampa di scale, perché è stata scattata durante una camminata in solitaria la scorsa settimana. Io e me stessa a farci compagnia, senza litigare troppo. Prima il bosco, poi i grandi prati. Ho voluto fare questa esperienza un pò per necessità (Pauo, sempre mio padrino, aveva una gara di trail running), un pò perchè purtroppo il mio maestro è fermo ai box per un’operazione al crociato anteriore: quindi o da sola o niente. Al niente, ho preferito il “da sola”.

Non lo avrei mai pensato. Pur non conoscendo il sentiero, ho saputo apprezzare la bellezza della solitudine e dei pericoli che comunque sia la montagna offre. Ho respirato a pieni polmoni l’aria pulita che ormai si trova solamente lassù, ho udito niente altro che il mio respiro e la brulicante vita dei boschi, le api, le ghiandaie, le farfalle..ho assistito allo spettacolo dei primi raggi di sole filtrati dagli abeti, che hanno donato un aspetto fiabesco al meraviglioso bosco che dal Lago di Ceresole Reale sale e accompagna gli escursionisti fino ai 2000 metri circa. Ho razionato i miei pensieri che urlano sistematicamente nella mia testa, tenendo solamente quelli rilassanti, belli e cercando di immagazzinare quante più informazioni ed immagini potessi da questa esperienza. Divinamente in solitaria, ho poi fatto amicizia con una coppia di signori che ho incontrato nel cammino, cosa non da me perché l’espansività è mia nemica.
Ho apprezzato i colori che la natura mi ha donato, quel verde accesso degli abeti accentuato dal sole, il blu intenso del cielo pulito e senza smog, il verdolino del lago che per metà del percorso spariva e compariva a tratti nella pineta, ma anche l’erba ormai seccata dal sole con le prime sfumature di giallo paglia tra steli più verdi. Tutto molto bello, tutto molto rilassante ma anche stimolante; voglio rifarlo, voglio di nuovo sentirmi parte integrante della natura . Non lo avrei mai pensato, primo perché ho sempre odiato la montagna, secondo perché ho sempre avuto timore dei pericoli che puoi incontrare sui sentieri, soprattutto se si è da soli.
Ma sapete una cosa? La natura è bella, non sempre gentile. Perché non apprezzarla? Perché non provare ad instaurare un rapporto? Guardandomi indietro un pò mi pento dell’odio provato per la montagna. Mi sento vile ad averla scartata solamente per la troppa fatica, quando invece i migliori paesaggi li trovi proprio lassù. Continuerò ad amare il mare perché in fondo il primo amore non si scorda mai, ma cercherò di far accrescere anche sentimenti più solidi per loro, per le cime irte e rocciose, contornate da fiori, laghi, ruscelli e animali liberi.
Sembrano severe e imponenti, ma non è forse nei cuori di pietra che risiede la bellezza pura e l’amore eterno?

